Elisabetta De Feo

Morso da un ramarro?

Il confronto con uno dei dipinti più conosciuti al mondo è immediato, e altrettanto immediato è lo stridere tra il capolavoro caravaggesco e l’esordiente linguaggio artistico di chi, con lo stesso sfacciato e irriverente atteggiamento, si affaccia al panorama artistico italiano contemporaneo.

Un azzardo?

Nel Merisi  l’opera vive solo nella luce che l’avvolge. Operando un confronto quello che  risalta nelle tele del giovane Natella, è proprio quello stesso valore che imprime di luce il colore.

Ma ciò che più emerge è lo studio di quegli effetti, la ricerca nel mescolare la luce alla materia, la sperimentazione che presume conoscenze tecniche di lavorazione, dal mescolare le tempere alla tecnica di stesura, alla preparazione del supporto e all’intelaiatura.

Diplomatosi in pittura nel 1995 presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, Guido Natella, anno 1972, inizia la sua esperienza pittorica legandosi a piccoli, forse insignificanti lavori di committenza locale. Le sue prime esperienze si legano da subito al figurativo, e alla tecnica dell’acquarello e decorazione su ceramica.

Ma l’accanimento alla pittura lo porta ad una quasi maniacale ossessione per lo studio dei più grandi artisti della pittura del cinque e seicento.

Michelangelo Buonarroti, Michelangelo da Caravaggio, Guido Reni, i Carracci, lo studio dei pittori veneti, da Tiziano a Tintoretto, passando per Lotto: Natella ha l’ossessione per lo studio delle tecniche di quei grandi artisti, di cui conosce la vita, le vicende, gli studi e i percorsi. Sempre più affascinato dal mondo pittorico, ne studia ogni singola tela; le opere di ciascun artista diventano degli universi da esplorare, in profondità e con lente di ingrandimento. Di quegli artisti ne indaga la vita fino a diventarne egli stesso una comparsa.

Dalla luce, che si mescola alla materia, dallo studio dell’evoluzione pittorica cinque- seicentesca, nasce un linguaggio shoc, che irrompe, snatura, e sfacciatamente ritratta.

E quel famigerato “ragazzo morso da ramarro”, dipinto da Caravaggio tra il 1595 e ’96, oggi a Firenze presso la Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, diventa la raffigurazione autoritratta del giovane artista, morso non alla mano …. e non da un ramarro.

Caratteristica dei primi lavori di Natella è l’autoritratto, che campeggiare indiscusso e indisturbato nelle sue varie tele, senza temere raffronti e accostamenti.

L ’atteggiamento dimesso e solo in apparenza blasfemo, induce nell’immdiato a pensare ad un processo di riverenza e osannazione verso quei grandi geni pittorici.

Un’osannazione che non può non esprimersi ed esplicarsi nell’autoritratto, inteso come catapultarsi del giovane artista in quella dimensione tanto anelata; l’unica porta d’ingresso per un’artista che vede maturato il proprio  lungo e faticoso percorso di studi, stentato e arrancato, per chi desidera parlare e comunicare con l’unico linguaggio che conosca: la pittura.

E da qui aalla versione ove Guido Natella ‘con-turbante’ diventa “il ragazzo con l’orecchino di perla”, il salto è breve.

Si declama Caravaggio come Vermeer, non ci si fa mancare nulla, neanche il ‘modesto decoratore’ di Delft.

Se al volto della fanciulla di Vermeer si sostituisce il volto sbarbato e malinconico del giovane artista Natella, non è poi un dramma.

Natella qui suggerisce una versione ‘maschio’ della languida e voluttuosa espressione della giovane ragazza, di quel volto che si impreziosiva dei mirabili effetti di pennellate intrise di luce, che con acuta maestria Vermeer seppe rendere, nel rispetto di tanta tradizione fiamminga.

Le citazioni classiche non mancano nel complesso percorso di Guido Natella, che parte da una preparazione e conoscenza specifica dell’arte classica e moderna. Ma la spinta nasce da una irrequietezza di base che contraddistingue i lavori del giovane artista che si confronta con il proprio universo personale e quello esterno, ribaltandoli in un continuo matrix.

Ancora sbalza su tela il recondito putrido e contaminato dell’essere uomo, con uno sdoppiamento molto poco diafano, al contrario opacizzato e torbido. È il contrabbandiere di organi, impavido e disinvolto mentre mostra la qualità eccelsa della sua merce . Ancora una volta l’autoritratto, ancora una volta un prepotente primo piano su dechiriche ambientazioni a campiture cromatiche piatte, immobili e desolate, fastidiosamente riempite dal pieno di quel frigo-box azzurro, tanto in voga sulle spiagge meridionali degli anni ottanta.

Elisabetta de Feo

Consulente marketing&comunicazione

 

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