Mauro Magionami

Ciò che maggiormente caratterizza l’opera di Guido Natella è un continuo lavoro di ricerca, di scavo, di progressivo disvelamento di aspetti reconditi e talvolta inquietanti che caratterizzano l’essere e la sua figura. E infatti, quello che potrebbe a tutta prima parere una sorta di insistito monosoggetivismo non deve trarre in inganno, lungi dal trattarsi di ripetitività esso testimonia, al contrario di una analisi meticolosa, approfondita e talvolta feroce che tende a sviscerare ogni aspetto della natura umana o della natura tout cour approfondendone l’essenza e la ragione.

Non c’è nulla di improvvisato nella tecnica, nell’uso dei colori e nel modo di realizzare le opere giacché la pennellata si nutre dell’esperienza dei classici e tende ad una rigorosa filologia che l’artista piega alle sue esigenze di introspezione e di scandaglio della realtà.

Le figure giganteggiano con la loro carica di patos e di profondità, balzano incontro all’osservatore, lo mettono al cospetto di inusitati e inquietanti punti di vista, lo costringono a riflettere su una realtà dei sentimenti e delle emozioni che viene stravolta, amplificata nelle sue valenze più riposte e inaccessibili sino a procurare una tensione quasi dolorosa verso una verità nascosta o insospettata e tuttavia permeata di una esistenziale tragicità. Le tele prendono vita, ci parlano di emozioni forti, inquietanti e tuttavia ben presenti nella drammaticità del vero, ci spingono ad un’autoanalisi che corrisponde puntualmente ad un’autocritica ineffabile e spietata circa la vera natura dell’uomo, maltrattando il nostro quieto vivere.

Ed allora, ad esempio, la rilettura del “ragazzo morso da un ramarro”, ci rivela che la verità va cercata più in profondo o magari più in basso laddove il ramarro si fa sesso provocando la sguardo sgomento e pieno d’angoscia che il personaggio, messo quasi a nudo da una luce caravaggesca, spiovente ed impietosa, ci mostra quasi tramortito da una rivelazione, ineluttabile e inusitata. La simbologia del rettile si fa qui palese, come lo sgomento della conoscenza, il frutto proibito artefice della nobiltà e della supremazia e tuttavia della fragilità della coscienza, della consapevolezza, del bene e del male, della vita e della morte.

Ma l’essere umano è un caleidoscopio di sentimenti, di pulsioni, è variegato nella sua complessità, palesa aspetti sempre in divenire, la certezza di una verità, sia pur drammatica, segna il passo ed allora si fa talvolta ambiguo, l’angoscia cede il posto al dubbio, alla sgomenta inadeguatezza, la rivelazione si nutre piuttosto di una meravigliata perplessità tutta interna all’individuo che sembra stagliarsi e quasi emergere da uno sfondo nero a sottolineare appunto, tutta la sua individualità frastagliata, misteriosa e affascinante.

Ancora una volta la ricerca è sull’uomo, sulla sua realtà individuale scandita da vari momenti che in questa fase, sembrano prescindere da dimensioni esterne e contestualizzazioni. E tale ricerca mette in luce una crisi, una solitudine totale di fronte al dubitare, alla presa d’atto di una identità problematica, ambigua e indefinibile in cui le vesti femminili testimoniano di una sorta di transizione, di percorso che abbandonata l’identità virile e cavalleresca navighi verso una meta ignota e gravida di incognite.

Nell’uomo con il trapano si aggiunge un elemento per così dire tecnologico, che rimonta ad una modernità nefasta e distruttiva, il volto esprime rabbia, delusione ed un senso di sfida testimoniato da uno sguardo obliquo, rivolto verso l’alto forse verso una inutile dimensione divina, i denti digrignati come in chi non nutre speranza di aiuto o di soccorso. La luce ancora una volta si fa lama, bisturi tagliente e scava il volto ne rivela i dettagli e l’espressione, non lascia scampo ne nascondiglio in cui rifugiarsi.

Ma l’essere umano è solo, disperatamente solo, e questa sua solitudine assoluta e irrimediabile lo porta all’efferatezza, all’assenza di etica e di moralità, che lo spingono ad una violenta distruttività quasi spesa in un vuoto assoluto.

Ed eccolo il “contrabbandiere di organi” con la sua terribile merce tra le mani, una maschera grottesca ed inquietante, il cattivo assoluto disperatamente alla ricerca di un ruolo, di una propria esistenza, di una identità qualsivoglia per quanto spaventosa possa essere: meglio che il nulla in cui il mondo circostante ha relegato l’identità virile. Stavolta la luce arriva dalle spalle, dalla dimensione malata di un nosocomio, laddove gli organi si cerca di salvarli, l’unica che può illuminare la scena. Gli occhi sono nascosti da pesanti occhiali, ma in realtà il personaggio non ha occhi, egli ne è privo perché è di umanità che è privo, di sentimenti è privo, di emozioni è privo, di tutto è privo. La luce piove sui suoi vestiti, sui pantaloni, su un abbigliamento stereotipato e frusto grossolano e clownesco , disvelando la tragicità di una scena grottesca ed irreale. In primo piano gli organi, staccati, inerti pezzi senza vita, restituiti ad essa come merce, orribile merce, quell’occhio e quel cuore di un individuo disgregato, fatto a pezzi sempre più perduto nella solitudine e nel nichilismo, distruttivo nei confronti degli altri e di sé stesso.

E’ l’uomo che viene meno, ed in un estremo tentativo di epico eroismo riesce solo a divenire tragicamente ridicolo rinunciando violentemente al suo ruolo ed alla sua forza vitale e feconda e trovando l’unica identità possibile nell’estremizzazione del male, del male assoluto..

Potremmo dire che una fase di un percorso di ricerca e di introspezione trovi il suo culmine e la sua catarsi nell’eroe senza impresa, cavaliere ridotto a caricatura di se stesso in una metamorfosi assai poco Kafkiana e tuttavia tragica fino al risibile, al ridicolo, una nemesi ontogenetica di una figura fuori tempo e fuori ruolo, le sue armi sono inservibili strumenti da cucina, l’elmo un irridente secchio rovesciato, la chioma dell’eroe simile alla criniera di un destriero testimone del farsi animale di un cavaliere d’altri tempi reso ormai inutile dal trascorrere del tempo e delle stagioni della storia. La luce che piove sul corpo nudo sembra quasi una elettrificazione che paralizza il personaggio il cui unico gesto, perduta ogni sua vitalità e senso riesce solo ad essere grottescamente autodistruttivo, sancendo l’inutilità del ruolo e di un’identità un tempo connaturata ed ancestrale di caccia,di gesta di battaglia. Non resta che il tragico autodafé che non conserva nel gesto e nell’intenzione alcunché di epico o di nobile ma si riduce ad una penosa e disperata autocastrazione che esaurisce ogni vitalità residua in un un gesto altamente simbolico la cui drammaticità è testimoniata dallo sguardo tragicamente intento e concentrato nell’atto che sancisce drammaticamente la conclusione finale ed ineluttabile di ogni creatività e di qualunque nobile futuro.

Ma quello che potrebbe sembrare un punto di non ritorno, una presa d’atto dell’ineffabile, diviene liberazione, la consapevolezza illumina nuovi orizzonti e dalla sofferta e dolorosa autoanalisi l’individuo sembra rinascere, perplesso ma rinnovato, consapevole dei suoi limiti e della sua mutata identità. Potremmo dire che si tratta di una rinascita o di un nuovo nascere quasi un feto che si affaccia alla realtà, stordito dalla sua luce tagliente ed impietosa, una nuova presa di coscienza sulle prime dolorosa, traumatica come qualunque nascita, come qualunque abbandono di ciò che si è stati un tempo, di un passato nevrotico che tuttavia costituiva l’essenza stessa dell’essere, prigioniero di una dimensione angusta e consegnata ad uno storico passato, superata dal divenire e dal progressivo divenire.

Ed allora, al cospetto di questa nuova dimensione la luce è più intensa, la perplessità si fa quasi timorosa meraviglia, le striature della pittura sembrano quasi una placenta che pian piano ,, nell’essere adulto, si distacca e viene finalmente abbandonata, lo sguardo sul mondo è gravido di futuro.

Finalmente appaiono i volti femminili, fieri, consapevoli della propria identità, talvolta sfrontati, intensi, che si propongono e si mostrano nella loro interezza, i colori sono più vividi, i particolari emergono da una pittura decisa, incisiva, senza fronzoli, l’intensità degli sguardi appare dettagliatamente approssimata dall’essenzialità delle pennellate. Le figure sono vividamente presenti quasi ad intimidire l’osservatore con la loro personalità lineare, decisa fino all’impudenza, con il loro proporsi per ciò che sono: nulla di più, nulla di meno. Sui volti possiamo leggere emozioni, sentimenti forti e contrastanti, liberi ormai dagli schemi di un passato ormai storicizzato e rielaborato in favore di un presente più spontaneo e più vero.

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